05/03/2012
Sacchetti di plastica: un piccolo passo verso una civiltà migliore
Per capire il significato di biodegradabilità occorre vedere dal vivo una discarica africana. Io che ho avuto la fortuna di vedere più volte quella di Dandora nello slum di Korogocho a Nairobi, la più estesa d’Africa, posso dire che quello che salta all’occhio, dopo aver superato gli odori, i fumi, la fermentazione naturale, gli animali, è la distesa di sacchetti di plastica, ormai sbiaditi dalle intemperie, che danno un colore arcobaleno a tutta la discarica.
L’arcobaleno della non degradabilità. Un colore che rimarrà per centinaia, migliaia di anni. Un arcobaleno di rifiuti che non vogliono ritornare natura. Un arcobaleno negativo, brutto, insultante. Questi sono i sacchetti di plastica.
A un anno dalla legge che non ammetteva più i sacchetti di plastica quale è lo stato dell’arte? Sostanzialmente, la situazione è migliorata: la grande distribuzione si è subito allineata, la gente pure. Sono tornate le sporte sponsorizzate da riutilizzare, i sacchetti di carta (cari), i trolley da vecchie signore. E i nuovi sacchetti biodegradabili che si rompono.
Sì, diciamocelo, quelli nuovi tengono poco e si rompono. Il risultato è che non si possono riempire molto e si finisce per rimpiangere quelli di un tempo, quelli che non si rompevano mai e che duravano 100.000 anni!
In questo cambio di passo ci sono come sempre le solite furbizie all’italiana. La prima è legata al fatto che potevi smaltire le scorte che per molti negozi minori e piccoli sembra durino non un anno ma molto, molto di più. Ma il danno più forte – e decisamente meno lecito – è quello della produzione di sacchetti che sembrano degradabili, ma che non sono tali.
Costano molto meno, non sono conformi alla legge e, soprattutto al decreto sulla biodegradabilità naturale. Queste truffe sono molto frequenti , specie nei piccoli negozi, nella distribuzione cosiddetta minore. Quelli che non fanno pagare i sacchetti per intenderci.
Tuttavia, se dobbiamo dare un giudizio della legge, possiamo dire che è buona, che i decreti attuativi di quest’anno sono validi, che l’Ue vuole prenderla a esempio per farne una direttiva europea. E che il Brasile ci sta copiando.
Una buona practice quindi. Da Italia migliore e che sta migliorando. Ma i sacchetti sono anche un segnale. Questa è la morale: un segnale che va nella direzione giusta, quella di una tendenza di piccoli passi verso un rispetto maggiore del Pianeta fatto più dalla gente che accoglie bene le leggi buone che dalle leggi stesse. Basta dare il La e la gente si adegua e pretende che tutti si adeguino.
È un segnale che fa il paio con il boom delle bici e la richiesta di piste ciclabili, che fa il paio con l’evoluzione dell’auto che dovrà diventare elettrica o almeno all’inizio ibrida, che fa il paio con il maggiore utilizzo di energia pulita.
È un segnale di maggiore civiltà.
Speriamo che prima o poi arrivi anche a Korogocho.
Diego Masi
13:16 Scritto da green.power (Webmaster) in News | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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23/01/2012
Nelle liberalizzazioni potevano metterci le colonnine elettriche per auto. E le auto elettriche ai tassisti!
Diciamoci la verità. Il decreto “Cresci - Italia” è un po’ moscio.
Lo dico meglio. Erano tutte cose dovute, ma che dovevano essere fatte almeno dieci anni fa per avere un reale impatto.
Meglio di nulla, intendiamoci. Siamo oggi alla pari degli altri paesi del sud Europa.
I dibattiti veri e moderni sono altri. Il capitalismo di Stato che ritorna nel mondo dei Brics. Le energie alternative e il climate change. Tanto per citarne due di queste ore. Ma noi siamo troppo indietro e prima di tutto dobbiamo allinearci alla media europea.
Detto ciò, il nostro governo - che va bene intendiamoci - poteva però inserire alcune piccole e non costose innovazioni nel decreto sviluppo.
Un esempio. Le colonnine per ricaricare le macchine elettriche.
Potevano dire ai benzinai (che peraltro hanno risparmiato nel decreto): siete obbligati a mettere due, tre, quattro colonnine nelle vostre stazioni di servizio.
Bastava questo e le auto elettriche sarebbero decollate. Sapete quante ne hanno vendute lo scorso anno su 1.600.000? 300.
Nulla. Del resto che te ne fai se non sai dove ricaricare. Che fai? La spingi…
Poi bastava dire che le licenze ai taxisti andavano solo alle elettriche… per aggiungere sviluppo a un settore essenziale.
Una riga sul decreto e il mercato delle auto elettriche, che aiuterebbe le città a togliersi da torno una buona dose di Co2, sarebbe decollato.
Speriamo che qualche deputato se ne ricordi negli emendamenti.
Anzi sai cosa facciamo? Di' la tua. Se concordi con me.
E poi … se siamo in tanti… lo ricordiamo a tutti i deputati.
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09/01/2012
Area C, un calcio in faccia ma virtuoso
Milano, Area C: pazzia, demagogia, visione o coraggio? Delle ipotesi che sono sui giornali in questi giorni propendo senza troppo pensarci verso l’ultima.
L’Area C è un atto di coraggio, un po’ velleitario, svincolato da un piano, disorganizzato (basta leggere le lettere ai giornali di questi giorni e le riposte del Comune), ma comunque un inizio.
Un inizio virtuoso che ha come obiettivo la riduzione delle polveri sottili, la CO2 e l’inquinamento che rendono la vita a Milano impossibile. È un inizio del processo per rendere Milano una città vivibile e green. È un tentativo che andava fatto.
La congestion charge che ha reso Londra un po’ meno caotica e vivibile è già una riforma superata nel mondo moderno e avanzato. Milano ci arriva oggi, in grande ritardo come del resto l’Italia in ogni settore. Le condizioni di privilegio sono sempre quelle che hanno frenato ogni innovazione in questo paese.
L’egoismo corporativo dei possessori di auto è potente a Milano ed è collegato agli interessi elettorali di gruppi politici che vedono lo sviluppo ecologico come una iattura ideologica.
Tutto ciò è stato protratto negli anni e ha portato Milano a un passo dal baratro della vivibilità. La congestion charge frena quel passo. Non è risolutiva, ma la frena. Se non venisse accompagnata da riforme più strutturate potrebbe divenire una cosa superflua e una tassa altrettanto inutile.
Ma partiamo dalle ragioni di questo dramma: prima fra tutte, la struttura delle città italiane. Nate nel Medioevo, non sono mai state attrezzate per il traffico: le vie sono strette, i palazzi sono storici e il traffico è immenso.
O si butta giù tutto - e si fanno città squadrate e a sei corsie - oppure si limita il traffico.
In secondo luogo, l’incremento della ricchezza che ha portato all’acquisto e poi alla bulimia di auto (in media tre per famiglia); questo fattore, coniugato con la tipologia di città medioevali - e Milano è fra queste - ha provocato la paralisi del traffico e l’incremento delle polveri ormai da decenni. Con l’aggravante della dimensione delle vetture che negli ultimi anni ha avuto un deciso incremento.
Terzo, la pigrizia culturale della popolazione che così abituata non riesce più a staccarsi dal suo abitacolo mattutino adducendo migliaia di scuse per non usare i mezzi pubblici. Tipica è la seconda fila delle di macchine delle mamme di fronte alle scuole nei giorni feriali e spesso per fare solo 100 metri.
Ogni tentativo di innovazione - come il car sharing, le bici in affitto o i circuiti ciclopedonali - è stato un palliativo.
Infine, bisogna considerare che Milano è un hub finanziario e lavorativo dove entrano ogni giorno milioni di persone e quasi un milione di auto.
Quinto, e non ultimo, bisogna riflettere sulle mancate politiche di incentivazione rispetto alla mobilità pubblica che non hanno aiutato il cambiamento.
Tutto è finito - come finisce sempre in Italia - nell’addossare le colpe ad altri. Ma nulla è cambiato. Qualche piccola innovazione, ma nulla di strutturale né di brutale.
L’Area C è brutale. Ti dà un pugno in faccia. Primo perché costa. E tanto. Secondo, perché colpisce tutti compresi i residenti. Me compreso! Terzo, perché privilegia solo le auto elettriche o ibride. Cioè quasi nessuna (lo scorso anno sono state vendute 300 auto elettriche e 4.500 auto ibride in tutta Italia). Quarto, perché è una scossa culturale.
Porrà il problema ai cittadini che cominceranno a fare i conti e a ragionare per trovare soluzioni: dall’auto elettrica a meno auto per famiglia, dalle dimensioni più contenute delle vetture a strumenti alternativi come la bici, il car saring e il car pooling.
E all’amministrazione che dovrà iniziare fare sul serio con il trasporto pubblico: dalle due nuove linee della metropolitana al servizio notturno, dall’integrazione con i servizi della grande Milano al pendolarismo. I cittadini cominceranno allora a cambiare mentalità e lo faranno perché ormai, a causa della crisi economica, si è tornati alle condizioni di frugalità e restrizioni e, proprio per questo, i milanesi non perdoneranno un’amministrazione politica che non è in grado di fare un percorso virtuoso.
Quindi, per riassumere.
Area C è un calcio in faccia ai cittadini - ed è un bene - che potrà esser un boomerang per il Comune se non la accompagnerà ad altre innovazioni strutturali.
Auguri di buon lavoro!
Diego Masi
10:49 Scritto da green.power (Webmaster) in News | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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18/10/2011
Ricomincio da zero, ma riciclo!
Sull’Infedele di Gad Lerner ho ascoltato le richieste e le proposte della forza tranquilla che occupa piazza Gerusalemme a Roma. Il sentimento generale è "ricominciamo da zero”. Abbattiamo il debito, che ci pesa sulle spalle e ripartiamo dall’inizio. Tutti alla pari. Senza favoritismi. Senza privilegi. Senza fare i furbi all’italiana.
In una parola si vogliono riprendere il futuro senza il peso del nostro passato. Richieste comprensibili. Forse di non immediata realizzazione. Ma condivisibili e soprattutto comprensibili.
Ma c’è una cosa in più. Il fatto che ciò avviene è già sintomo di una vitalità della nostra società che ha smesso di piangersi addosso o di appoggiarsi ai genitori. Hanno iniziato a farcela da soli.
In mezzo a queste legittime volontà suonava carino come tutti sottolineassero la loro attenzione all’ambiente. Mentre parlavano della BCE, ci rassicuravano che gli accampati facevano la raccolta differenziata, mangiavano prodotti dell’orto, non producevano CO2.
In mezzo ai black block, ai cortei, alle auto bruciate, agli accampamenti in tende di fortuna, questi giovani si preoccupavano dell’ambiente e della perfetta tenuta del lastricato di piazza Gerusalemme.
È un segnale debole! Ma è una speranza per l’Italia che verrà.
Diego Masi
16:41 Scritto da green.power (Webmaster) in News | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: black block, proteste roma, piazza gerusalemme roma, indignados, raccolta differenziata, generazioni future, impatto ambientale, emissioni co2, tende roma | OKNOtizie |
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07/10/2011
In ricordo di Steve Jobs

La rivoluzione digitale ha il suo primo eroe.
La morte di Steve Jobs, l’intensità con cui i giornali ne stanno parlando, l’emozione che attraversa il mondo sottolineano come sia morto il primo rivoluzionario della rivoluzione digitale.
Tutte le rivoluzioni hanno bisogno di eroi.
In questo Steve Jobs ha interpretato al meglio il periodo storico che stiamo vivendo. Come genio, come innovatore e come uomo d’affari.
Anche la sua morte anticipata ne garantisce l’icona del futuro.
Diego Masi

10:06 Scritto da green.power (Webmaster) in News | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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16/09/2011
Crescita sostenibile, l’unico modello possibile dopo la crisi
Vedere la cauduta delle borse, l’instabilità del mercato e la sempre più vicina recessione mette paura e ansia. Per la povera Italia mette anche rabbia.
Rabbia per le quattro manovre fatte in un mese senza capo né coda, dettate dalle richieste della Bce e della Merkel. Come se il nostro paese fosse uno studente ripetente che manda a memoria e non capisce.
Le letture dei giornali economici invece di rassicurare o illuminare mettono ancora più incertezza, perché non c’è una visione comune, ma discordano tutti gli uni dagli altri.
E intanto le borse crollano, le valute ballano, i cds esplodono, i Btp (nessuno sapeva bene cosa fossero), diventano merce politica.
Cresce quindi l’insicurezza.
Ci sono leader all’altezza?
Obama si arrabatta con un congresso che gli è contro: parla bene, ma non riesce a incidere. La Merkel, padrona dell’Europa, dovrebbe svolgere - appunto - questo ruolo. Invece fa la gnorri. Come se l’Europa non fosse sua e non dovesse indirizzarla e, forse, pagarne anche qualche debito, come fece Kohl con la Germania Est.
Del nostro di leader ormai è meglio tacere perché è inutile commentare.
Paura, ansia, rabbia, incertezza, insicurezza.
Questi gli stati d’animo della ripresa in Italia dopo le vacanze. Tra l’altro, anche questa interruzione di un mese dei parlamentari, come se si fosse ancora bambini a scuola non dovrebbe finire? Non sarebbe meglio che facessero vacanze normali di 15 giorni come tutti noi?
Il punto centrale è come districarsi senza troppa emozione da questo ginepraio. Con buon senso e in poche righe senza essere economista. Parlo a voi come se sottovoce ragionassi tra me e me sul disastro che sta avvenendo.
Innanzitutto, la demografia.
Il mondo continua a proliferare e a crescere: ci avviciniamo ai sette miliardi. La vita si allunga per tanti e continuano a crescere anche le persone che stanno raggiungendo un minimo di benessere. Questo significa maggiori consumi e, quindi, più sviluppo. Forse non subito, ma presto.
Secondo, l’energia.
Ne dobbiamo produrre di più perché la gente è di più e questo significa - di nuovo - sviluppo.
Terzo, l’economia.
Si è imballata nei paesi occidentali, quelli che sovra consumavano e che scialacquavano spesso a scapito dei paesi poveri. E questo è il vero danno che stiamo vivendo e ci vorrà un po’ di tempo per uscirne.
Resta una grande domanda.
Quale nuovo modello per l’Occidente che è l’area più in crisi?
Direi che bisognerebbe puntare su uno sviluppo sostenibile. Cioè meno consumi inutili, più consumi sociali.
Insomma, Stati Uniti e Europa devono diventare come i paesi scandinavi: più tasse pagate da tutti, più servizi sociali, più sanità.
Insomma, un modello più socialista.
Superata la crisi recessiva (prima o poi la supereremo) credo che i paesi occidentali dovranno fare per forza una revisione critica del loro modo di fare sviluppo.
Non è più quello liberale di tanti anni fa, di mercato a tutto spiano (eccetto per l’Italia che essendo andata a rotoli, dovrà inventarsi un modello a mezzo tra liberale e sociale), ma un modello che metta in una condizione di salvaguardia una popolazione che vive di più, che lavora di più, che fa meno figli, che vuole solo avere una migliore qualità della vita.
La qualità come sempre si paga.
Diego Masi
15:53 Scritto da green.power (Webmaster) in News | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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05/09/2011
Fusione a freddo, Cop 17 e futuro dell’ambiente
Si può fare la fusione a freddo di nickel e idrogeno come sperano di avere inventato i professori, un po’ snobbati, Focardi e Rossi?
Sinceramente non lo so. Me lo auguro ma non ho elementi per dire se sono pazzi, geni o imbroglioni.
Ma tutto ciò che contribuisce a creare elementi di discontinuità nella ricerca sull’energia pulita va comunque premiato se non con il Nobel, almeno con la nostra ammirazione.
Leggete l’intervista al professore e decidete voi quale delle due cose fare.
Ma mentre ci incanaliamo nell’autunno di quest’anno, che sarà fonte di mille preoccupazioni dovute a una politica che non ha più autorità, mercati impazziti e paesi che perdono il loro ruolo, tra i mille eventi da raccontare ci sarà anche la Cop 17 che è l’appuntamento annuale per fare il punto sullo sviluppo dell’ambiente nel mondo.

Si terrà Durban in Sud Africa alla fine dell’anno.
Avevamo già detto che dopo Copenaghen avremmo avuto due Cop minori. L’anno scorso a Cancun. E a dicembre a Durban.
Perché minori?
Perché il Protocollo di Kyoto scade nel 2012 e fino ad allora credo che i grandi paesi “faranno melina”.
Obama, che di Copenaghen è stato nel bene e nel male un protagonista di primo piano, veleggia in cattive acque.
Sull’ambiente che era una tra le sue carte migliori ha fatto pochi passi in avanti, anzi qualcuno indietro. Non ultimo il dietrofront di pochi giorni fa sull’inquinamento. Insomma, negli Usa tira di più la necessità di far riprendere l’economia che aiutare lo sviluppo o il miglioramento delle pratiche ambientali.
Negli altri paesi direi che le decisioni sono assolutamente a ruota.
La Cina, altro grande protagonista di Copenaghen, dopo una partenza di grandi investimenti green dovrà affrontare il mancato sviluppo del mondo che era il suo mercato. E quindi è presumibile il blocco degli investimenti.
Aspettiamo quindi Durban, senza farci nessuna illusione. Aspettiamo anche la rielezione di Obama nel 2012, anche qui senza grandi illusioni. E tiriamo qualche modesta e piccola conclusione.
La problematica dello sviluppo ambientale corre quando corre l’economia. Come dire: se tutto va bene, possiamo dedicare qualche energia a far sì che i nostri figli vivano almeno come noi, senza uccidere il pianeta.
Se i conti non tornano, avanti ragazzi niente best practices, business as usual in attesa di tempi migliori.
Ma non doveva essere il contrario? Il green come motore di uno sviluppo sostenibile, un cambio nelle abitudini di consumo e di vita, un consumo più attento e consapevole in modo da non dover sempre fare il 4/5% di pil in più nel mondo?
Era. Ma non è.
Accontentiamoci dei piccoli passi.
E forse della fusione a freddo.
Diego Masi
12:32 Scritto da green.power (Webmaster) in News | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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05/08/2011
Il deserto è la via economica per le grid
Pechino ha scelto di accendersi con il sole. Nel Guodian, in una piccola macchia del deserto, hanno costruito l’impianto fotovoltaico più grande della Cina.
Oggi di 20 MW, domani un’aggiunta di 30 MW e poi fino a 300 MW. Perché lo hanno fatto visto che avevano relegato il fotovoltaico all’ultima posizione della loro scala energetica?
Perché erano i primi nella produzione dei pannelli fotovoltaici. Proprio così.
Il mercato dei pannelli solari è entrato in crisi per la situazione di stallo economico a livello mondiale. È in quel momento che sono divenuti strategici nella pianificazione industriale cinese. E siccome dovevano usarli… hanno preso un pezzo di deserto e ne hanno fatto una centrale da potenziali 300 MW (30 GW). E, dai dati, sembra che non si fermeranno perché hanno scoperto una nuova via all’energia.
Della serie: ci hanno preso gusto.
Il fotovoltaico nel mondo è oggi poca cosa. Circa l’1%. E questo anche a causa dell’alto costo dei pannelli di silicio.
Gli scienziati sono ondivaghi sul futuro dello sviluppo.
Tutti dicono che basterebbe imprigionare un’ora di sole al giorno e tutto il mondo avrebbe energia sufficiente.
Molti dicono che lo sviluppo del fotovoltaico (quello che accende una centrale elettrica) sarà più ampio e meno costoso. Sempre perché i pannelli non hanno silicio. E quindi costano meno.
Ma tutti usano i deserti.
Nel deserto dell’Arizona hanno installato il più ampio parco solare. Oggi in Cina hanno iniziato i loro parchi fotovoltaici.
E in Europa è partito Desertec il progetto più importante con base nel deserto del Sahara.
I deserti hanno due condizioni inarrivabili: hanno sempre il sole e lì la terra che costa poco o nulla.
Due condizioni invidiabili che in piani a 25 -50 anni sono da tenere in considerazione e soprattutto sono variabili non indifferenti in un business plan.
Tenete conto che per fare un impianto così vasto le parti principali in gioco sono: i costi del materiale, i costi del denaro a prestito, i costi del personale, i costi del terreno, i costi dell’efficienza produttiva.
Nel deserto gli ultimi due sono irrilevanti. E il personale operaio è a buon prezzo.
Credo che se tanti si sono ormai convinti, vuol dire che la via economica è superabile.
Specie se aggiungiamo che Desertec entrerà nella grid. Cioè sarà parte integrante di una grande rete elettrica collegata con i paesi europei e connessa con la rete del vento che si sta creando in Nord Europa con il parco eolico del Mare del Nord.
Perché senza grid estese l’energia del deserto serve a poco.
Diego Masi
08:00 Scritto da green.power (Webmaster) in News | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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22/07/2011
Supergrid: la nuova parola d’ordine da ricordare
È appena uscito un rapporto di Greenpeace che fa riflettere.
Ecco la sintesi.
Greenpeace non ha dubbi e punta tutto sulla soluzione Supergrid che contrappone a quella low nel rapporto Revolution: batlle of the grids, uno studio che ipotizza gli scenari derivanti dalla prevalenza di una scelta di tipo di rete sull’altra.
Il documento fa un bilancio positivo della situazione corrente: «In Spagna oggi le fonti rinnovabili forniscono già il 40% dell'elettricità, in Danimarcasuperano il 28%, l'Italia è oltre il 23%, in Germania il Parlamento ha deciso di compensare la chiusura delle centrali nucleari con un aumento dell'energia fornita dal sole e dal vento».
Ma gli sviluppi futuri possono essere molto differenti a seconda della strada intrapresa sull’infrastruttura. All’ipotesi di una low grid, in cui si continui comunque a puntare sui nuovi impianti e con gli investimenti sul miglioramento della rete in linea con l’attuale programmazione degli Stati (74 miliardi di euro nel periodo 2030-2050), si contrappone una hi grid, con una contrazione della spesa per la crescita degli impianti, ma con investimenti massicci sulla supergrid (581 miliardi di euro), ossia una rete, capace di connettere Europa e Africa (trasportando l'energia accumulata nei deserti), ma anche di accumulare l'energia in eccesso e ridistribuirla, ad esempio, caricando le batterie di milioni di auto elettriche o riportando in alto l’acqua dei bacini idroelettrici.
Inoltre, la rete intelligente dovrebbe essere in grado di far scattare milioni di micro interventi di adattamento, ad esempio spegnendo per pochi minuti i condizionatori o rinviando il funzionamento di qualche migliaio di lavatrici in modo da abbassare il consumo nel momento di un picco anomalo. Tutte cose ampiamente fattibili secondo Greenpeace, se si canalizzeranno gli investimenti nel verso giusto.
Fantascienza?
Direi proprio di no.
Il futuro si basa proprio sulla rivoluzione delle grid.
Quella energetica è forse una delle più importanti.
Mettere in rete tutta l’energia partendo da quella di Desertec in Africa (chilometri e chilometri fotovoltaico nel deserto) arrivando a quella eolica dei mari del Nord Europa insieme a quella di migliaia di famiglie e aziende che la producono da sé, la consumano e - quella in eccesso - la vendono alla rete, significa in parole semplici rendere salvo almeno il nostro vecchio continente dall’energia sporca e renderlo quasi tutto pulito.
Ma le grid sono più ampie… da quella energetica si passa, incrociandola, a quella tecnologica e digitale di internet per controllare tutto il sistema. E si connette con quella personale del vivere meglio collegata ai principi di energia pulita e interconnessione digitale avanzata e social, come si dice ora.
Vivere meglio vuol dire una grid per la salute, il wellness e il fitness. Se mangi bene, stai bene con te stesso, sei in salute, in forma; anche a livello sociale sarai più affine con chi propone quei valori che si sono sposati e la grid si allarga dunque alla sfera sociale, politica e - perché no - religiosa.
Non male: di grid in grid possiamo andare verso una migliore convivenza.
Diego Masi
08:00 Scritto da green.power (Webmaster) in News | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |
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08/07/2011
L’aumento demografico in futuro non troverà più equilibrio
Sono appena tornato dal Kenya dove ho da tempo organizzato una fondazione di charity per i bambini orfani (Alice for Children).
Quello che noti in quel paese ogni volta che vai - e questo vale per tutti i paesi africani - è che non vedi vecchi, vedi solo bambini. Vedi e incontri fiumane di bambini.
Ridenti, sporchi, mocciosi.
Tanti, tantissimi bambini.
Direi che la cifra dell’Africa sono i bambini.
Dall’impressione passi alle cifre statistiche che ti dicono che metà della popolazione africana che si aggira intorno al miliardo di persone è sotto i 15 anni. Un dato che ti racconta che l’Africa sarà la nuova forza lavoro di questo millennio. Che ti dice che diventerà economicamente la Cina della Cina. E così di numero in numero.
La verità è che i bambini sono tantissimi.
Quanto i vecchi da noi.
E se giri in una città europea trovi vecchi e cani. Pochi bambini. Guardati a vista come ogni bene prezioso.
In viaggio ho letto anche un Economist di quelli raccattati dalla rastrelliera dell’aereo in cui ho trovato due cose interessanti: la prima, è che tra 100 anni la Nigeria sarà più popolosa della Cina e dell’India per via della curva demografica che stiamo vivendo e delle medicine che stiamo prendendo; la seconda, che la curva della vita media in Louisiana è di 66 anni per i maschi contro gli 82 del Minnesota. Stesso paese, stesse medicine, stessi hamburger.
Dunque, ormai il rapporto del futuro del mondo è basato su tre fattori: evoluzione demografica, longevità - aiutata da tecnologia e medicine - e i danni all’ambiente.
La domanda da farsi è: dov’è l’equilibrio? O, meglio, ci sarà un equilibrio?
Nel passato tra guerre, pestilenze, cattiva igiene, scarsa conoscenza medica l’equilibrio c’era o almeno non impensieriva.
Oggi avremmo bisogno delle risorse di 2 pianeti per farci vivere tutti e domani forse di tre.
Facciamo allora due conti.
La demografia avanza soprattutto nei paesi a maggior sviluppo (Africa e Latino America), si ferma nei paesi avanzati e comincerà a diminuire nei paesi che lo sviluppo lo stanno ora facendo (Cina e India).
Gli statistici dicono che saremo quasi 10 miliardi nel 2050 con un aumento assoluto di oltre 3 miliardi di persone, tutte nei paesi in via di sviluppo.
Non proseguo perché già questo basta per portare avanti il mio ragionamento.
La longevità aumenta perché le medicine frenano la morte e prolungano la vita.
Quindi avremo i paesi maturi fatti da anziani, sempre più anziani.
Nei paesi dello sviluppo di oggi avremo tanti vecchietti e nei paesi che si svilupperanno, invece, avremo persone ancora in forze.
Cioè… detto in altre parole… come in un rapporto pensionistico: nel 2050 gli africani e i latino americani dovranno mantenerci.
A tutto questo si aggiunge l’effetto ambientale.
Più siamo, più mangiamo,più consumiamo.
E così, più disturbiamo l’ambiente e l’equilibrio naturale, più creiamo disordine, aumentano i gas serra, la deforestazione e così via.
E allora?
Allora è il problema è ENORME.
Che i Grandi, pur avendo i dati, non vogliono affrontare.
Io non ho ricette.
Denuncio e mi fermo.
Penso solo che il tema immigrazione, tanto caro al governo, sia di fatto un non problema.
Diego Masi
17:57 Scritto da green.power (Webmaster) in News | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | OKNOtizie |
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