Abbasso il greenwashing. Evviva il greenwashing.

greenwashing1.jpgQuesti sono i sette  peccati capitali del greenwashing.

1.       Peccato di trade off nascosto
2.       Peccato di mancanza di prove
3.       Peccato di vaghezza
4.       Peccato di irrilevanza
5.       Peccato del  minore dei mali
6.       Peccato di falsità
7.       Peccato di “panzana”

Tutti questi peccati sono commessi nel tentativo di rendere un prodotto più green. TerraChoice ha creato il sito dei seven sins of greenwashing che dettaglia in maniera  assolutamente chiara come evitare i sette peccati capitali che rendono ridicolo un prodotto oppure che tolgono reputazione alla marca.

Le modalità per trovare i colpevoli ci sono.

Anzi la Rete mette in rete anche  denuncie quotidiane attraverso il sito greenwashingindex.com cui addirittura una comunità di persone aderisce al fine di denunciare prodotti che fanno greenwashing.

Più modestamente se andate sul mio blog – gogreen.myblog.it- trovate esempi maldestri di greenwashing tipo quello del fotovoltaico siciliano che mostrando una bella ragazza accovacciata recitava… Montami a costo zero!

Questo è greenwashing estremo. Hard!

Un altro esempio che ho vivisezionato è stato quello della testata Il Mondo.

Nel penultimo numero la copertina tutta verde annunciava  “Il green è BOOM o BLUFF?”

Mi aspettavo che all’argomento fosse dedicato un approfondimento degno dell’importanza del tema trattato  che riguarda, boom o bluff che sia, l’unico settore che tira nell’economia stanca del nostro paese.

E invece no. Nessuna inchiesta. Nessuna riflessione. Niente dati nuovi.

Tre pagine in tutto, un numero davvero troppo esiguo per una cover story. Senza spiegare se è Boom o Bluff.

Solo un esempio editoriale di greenwashing. Della serie … se sbatti il green in prima pagina vendi. Perché tira. Questo è greenwashing light. Per testate disperate.

Esempi ne trovate in ogni momento e dappertutto. Ma quello normale, quello furbetto, quello che cerca di invogliare senza pagare lo scotto è proprio da condannare?

La mia risposta è no.

Non è da incoraggiare ma neppure da condannare. È un modo un po’ ingenuo e controproducente per avviare le aziende verso un atteggiamento green. Specie per l’Italia. Mi spiego.

Tutte le ricerche indicano che al 90% i consumatori vogliono prodotti e aziende che fanno sostenibilità. E le aziende cominciano a saperlo. Ma farlo realmente è difficile, molto difficile. Perché implica un lavoro molto delicato di assessment. Cioè di analisi della propria catena di produzione per la verifica dei parametri green che sono emissioni  co2, utilizzo di prodotti inquinanti, utilizzo di mano d’opera malpagata specie nel terzo mondo e così via. Non è un’analisi light.

È quasi più roba da multinazionali che prima ne hanno fatte più di Bertoldo, ma adesso che il consumatore si è svegliato fanno più velocemente degli altri a ripulirsi. Ma un’azienda italiana? Senza storia. Senza benchmark. Senza internazionalità. Solo con un po’ di delocalizzazione. In un paese che ha la monnezza che ha… Il rischio è che non sappia come fare.

E allora ripieghi sulla pittatina verde. Quella della comunicazione. Sperando di attrarre l’attenzione senza farsi accorgere.

Meglio che niente!

È un inizio. Verso una coscienza e una cultura di sostenibilità. Troverà sulla strada molti rompiballe che gli diranno che non va bene. Capirà che il problema non è la comunicazione che è solo l’anello terminale , ma che è invece nella catena di produzione e cominceranno a metterci mano. Un inizio.L’inizio di un cammino.

Quindi abbasso il greenwashing. Va denunciato. Ma evviva il greenwashing. È l’inizio.

Diego Masi

 

Abbasso il greenwashing. Evviva il greenwashing.ultima modifica: 2010-12-13T10:16:39+01:00da green.power
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