Né in cielo, né in terra

Screen shot 2011-08-09 at 12.05.39 AM.pngCi sono dei momenti, nella mia vita, in cui mi domando perché io abbia fatto due figli. Quando è successo? E, soprattutto, perché?

Non era meglio tenersi le domeniche a poltrire sottocoperta? E i silenziosi pomeriggi d’estate in Sardegna coi grilli che cantano e la prospettiva di un aperitivo sullo yacht di qualche mio amico miliardario? E quelle belle giornate passate in spiaggia a leggere Novella Duemila- per preparare la tesi su La Vita Sentimentale di Sabrina Ferilli? Mi mancano persino i vucumprà che mi vendono le borse finte. Quanto darei adesso, per un bel cingalese con gli accendini. Quanto vorrei essere catapultata a Milano Marittima su un lettino arancione unto di olio solare circondato da culturisti tatuati e cubiste con le ciglia finte.

Sarebbe più rilassante che essere inchiodata per dodici ore sul sedile verde del volo Roma-Los Angeles con due mostri urlanti di tre anni e mezzo (in totale) che minacciano di sradicare il tavolino porta vivande e il poggiatesta del passeggero di fronte, mentre si lanciano reciprocamente mozziconi di banana appena rigurgitata dalle rispettive bocche.

Devo concentrarmi su qualcosa di diverso che possa salvare il mio equilibrio interiore. Così, comincio a concentrarmi sull’equilibrio del pianeta.

Il personale di bordo sta passando a ritirare i vassoi del tragico pranzo, i cui resti giaciono pericolosamente davanti a me, alla portata dei mostri. Mentre passo i variegati rifiuti al non-gay stewart, noto che il mio bicchiere di plastica, la mia salvietta di carta e il raviolo solitario alla ricotta vengono tutti buttati nello stesso buco.

“Scusi, ma Alitalia non fa la raccolta differenziata?”. Lui, ridendo: “Signora, ma sta scherzando? Nessuna compagnia aerea la fa. Forse in Svezia.”

Forse in Svezia. Una speranza lontana, nel favolesco nord dei ghiacci. Mi immagino una hostess bionda, alta e formosa che sensualmente seleziona la carta dalla plastica e consegna l’umido ad un destino diverso per poi allontanarsi sorridente col suo carrello delle meraviglie.

Mi rimprometto che se sopravvivo all’odissea area, dovrò indagare sull’argomento e scoprire se “Solo la Svezia” ha un qualche fondamento geografico o incarna semplicemente la fantasia erotico-ambientalista di uno stewart.

Sopravvivo e indago. Si chiama “In-flight waste” (la produzione di rifiuti in aereo) e in America è una vera e propria scienza. Secondo un autorevole studio della Green America Organization, il passeggero aereo produce in media 400 grammi di rifiuti a bordo. (Per i voli intercontinentali addirittura un chilo e mezzo!)

DLIN DLON. Di questi rifiuti, il 75% sarebbe riciclabile. Allacciate le cinture.

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La lista degli sprechi nella gestione di in-flight waste è sorprendente: viene utilizzata un’eccessiva quantità di plastica per il confezionamento dei cibi; c’è un’ inutile offerta di contenitori – plastica trasparente per l’acqua, plastica solida per caffé, lattine per birra e bibite, vetro per alcolici; i passeggeri ricevono continuamente nuovi bicchieri e nuove posate; i materiali dell’aereo (tessuti, plastica, strutture) non vengono riciclati e vengono cambiati in continuazione; non ci sono accordi efficienti tra aeroporti e compagnie aeree per lo smaltimento dei rifiuti.

Sono avvolta da mille turbolenze eco-esistenziali: ma non si possono produrre materiali di confezionamento più simili tra loro e friendly verso il pianeta? (Per ogni lattina riciclata si potrebbe alimentare la televisione di bordo per tre ore.) E perché le posate e i bicchieri non possono essere riutilizzati per tutti i pasti? E’ così difficile separare la carta dalla plastica nel carrellino delle vivande? Mi stanno girando i motori.

Sono pochissime le compagnie che fanno decollare le idee. Lo studio stila una classifica: nessun dieci e lode, solo un otto a Virgin Airlines e Delta, che, ad esempio, separano la carta dalla plastica.

In Europa la KLM e la Finnair (ok, quasi Svezia) riciclano le divise delle hostess e i materiali di bordo trasformandoli in borse ed accessori creativi, mentre in Germania i carrelli dell’aereo diventano eccentrici oggetti di design per la cucina.

L’Alitalia viaggia con la fantasia: grazie all’accordo con Solena, tra un milione di anni avrà l’idrocarburante, ma continuerà a buttare la carta e la pastica nello stesso buco.

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La Francia ha deciso che è un problema dei passeggeri: presto ognuno dovra’ pulirsi il sedile.

A Napoli, come al solito, sono i più creativi. Perche’ pensare ai rifiuti del cielo quando vivi in una terra di rifiuti? Un giorno, dalle nuvole, piovevano sacchetti colorati per la raccolta differenziata, sperando che la gente cominciasse ad usarli per volonta’ di “Dio”.

L’ecologia ad alta quota vola senza rotta. C’è chi non produce materiali ecologici, chi non li richiede, chi non li finanzia e chi non li smaltisce. C’è chi non ha sa fare la raccolta differenziata, chi non ne ha il tempo e chi non ne ha la voglia.

Siamo sulle nuvole. Catering aereo, compagnie aeree, aeroporti, hostess e passeggeri: ma dove stiamo andando? Conviene guardare avanti, perché, su questo volo, non c’è l’autopilota.

 

Luisa Cartei

Né in cielo, né in terraultima modifica: 2011-08-09T07:32:00+02:00da green.power
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