Area C, un calcio in faccia ma virtuoso

milano-car-free7.gifMilano, Area  C: pazzia, demagogia,  visione o coraggio? Delle ipotesi che sono sui giornali in questi giorni propendo senza troppo pensarci  verso l’ultima.

L’Area C è un atto di coraggio, un po’ velleitario, svincolato da un piano, disorganizzato (basta leggere le lettere ai giornali di questi giorni e le riposte del Comune), ma comunque un inizio.

Un inizio virtuoso che ha come obiettivo la riduzione delle polveri sottili, la CO2 e l’inquinamento che rendono la vita a Milano impossibile. È un inizio del processo per rendere  Milano una città vivibile e green. È un tentativo che andava fatto.

La congestion charge che ha reso Londra un po’ meno caotica e vivibile è già una riforma superata nel mondo moderno e avanzato. Milano ci arriva oggi, in grande ritardo come del resto l’Italia in ogni settore. Le condizioni di privilegio sono sempre quelle che hanno frenato ogni innovazione in questo paese.

L’egoismo corporativo dei possessori di auto è potente a  Milano ed è collegato agli interessi elettorali di gruppi politici che vedono  lo sviluppo ecologico come una iattura ideologica.

Tutto ciò è stato protratto negli anni e ha portato Milano a un passo dal baratro della vivibilità. La congestion charge frena quel passo. Non è risolutiva, ma la frena. Se non venisse accompagnata da riforme più strutturate potrebbe divenire una cosa superflua e una tassa altrettanto inutile.

Ma partiamo dalle ragioni di questo dramma: prima fra tutte, la struttura delle città italiane. Nate nel Medioevo, non sono mai state attrezzate per  il traffico: le vie sono strette, i palazzi sono storici e il traffico è immenso.

O si butta giù tutto – e si fanno città squadrate e a sei corsie – oppure si limita il traffico.

In secondo luogo, l’incremento della ricchezza che ha portato all’acquisto e poi alla bulimia di auto (in media tre per famiglia); questo fattore, coniugato con la tipologia di città medioevali – e Milano è fra queste – ha provocato la paralisi del traffico e l’incremento delle polveri ormai da decenni. Con l’aggravante della dimensione delle vetture che negli ultimi anni ha avuto un deciso incremento.

Terzo, la pigrizia culturale  della popolazione che così abituata non riesce più a  staccarsi dal suo abitacolo mattutino adducendo migliaia di scuse per non usare i mezzi pubblici. Tipica è la seconda fila delle di macchine delle mamme di fronte alle scuole nei giorni feriali e spesso per fare solo 100 metri.

Ogni tentativo di innovazione – come il car sharing, le bici in affitto o i circuiti ciclopedonali – è stato un palliativo.

Infine, bisogna considerare che Milano  è un hub finanziario e lavorativo dove entrano ogni giorno milioni di persone e quasi un milione di auto.

Quinto, e non ultimo, bisogna riflettere sulle mancate politiche di incentivazione rispetto alla mobilità pubblica che non  hanno aiutato il cambiamento.

Tutto è finito – come finisce sempre in Italia – nell’addossare le colpe ad altri. Ma nulla è cambiato. Qualche piccola innovazione, ma nulla di strutturale né di brutale.

milano-area-c7.jpgL’Area C è brutale. Ti dà un pugno in faccia. Primo perché costa. E tanto. Secondo, perché colpisce tutti compresi i residenti. Me compreso! Terzo, perché privilegia solo le auto elettriche o ibride. Cioè quasi nessuna (lo scorso anno sono state vendute 300 auto elettriche e 4.500 auto ibride  in tutta Italia). Quarto, perché è una scossa culturale.

Porrà il problema ai cittadini che cominceranno a fare i conti e a ragionare per trovare soluzioni: dall’auto elettrica a meno auto per famiglia, dalle dimensioni più contenute delle vetture a strumenti alternativi come la bici, il car saring e il car pooling.

E all’amministrazione che dovrà iniziare fare sul serio con il trasporto pubblico: dalle due nuove linee della metropolitana al servizio notturno, dall’integrazione con i servizi della grande Milano al pendolarismo. I cittadini cominceranno allora a cambiare mentalità e lo faranno perché ormai, a causa della crisi economica, si è tornati alle condizioni di frugalità e restrizioni e, proprio per questo, i milanesi non perdoneranno un’amministrazione politica  che non è in grado  di fare un percorso virtuoso.

Quindi, per riassumere.
Area C
è un calcio in faccia ai cittadini – ed è un bene – che potrà esser un boomerang  per il Comune se non la accompagnerà ad altre innovazioni strutturali.

Auguri di buon lavoro!

Diego Masi

Area C, un calcio in faccia ma virtuosoultima modifica: 2012-01-09T10:49:42+01:00da green.power
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